Agnese Cabano | Cenni critici sull’artista
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Cenni critici sull’artista

Cercare di raccontare in poche righe chi sia un artista è per me ancora più complicato che descriverne la ricerca e le opere. Questo perché un’opera la si può valutare e leggere da molti punti di vista differenti: ci sono la descrizione formale, l’uso della tecnica, la struttura e, se si è tanto fortunati da incappare in artisti che operano con quel grado di significato in più, c’è anche l’iconografia. E nelle opere di Agnese di quest’ultima ce n’è molta, soprattutto nelle più recenti installazioni. Pertanto, sempre attenta come sono ad indagare quel significato che sta dietro l’opera d’arte, descrivere l’artista mi risulta cosa ben piuù laboriosa. Tuttavia, forse per quell’empatia che da subito si è creata con Agnese, come pure per la convinzione che l’opera non può certo essere scissa dalla personalità che l’ha creata, ho accettato la sfida.

Quindi, chi è Agnese? Agnese è esattamente come le sue Barbie, di cui peraltro è grande collezionista. Alta, bionda, dal bel portamento, avrebbe potuto decidere di solcare le passerelle anzichè intraprendere la carriera artistica. Ma se c’è un limite all’iconografia della Barbie, è la mancanza di Valori, quelli con la “v” maiuscola. Barbie, tanto osannata nel 2016 con ben due mostre, a Milano e a Roma, “The Icon”, per suggellare 56 anni di mito, è la regina del capitalismo, dell’abito calzato a pennello, della donna perfettamente truccata e acconciata, sempre a suo agio in ogni occasione, in piscina come alla serata di gala. Ma è una scatola vuota. Agnese no. Della Barbie tout-court ha molto di più. Ha una testa ed una coscienza, che la fanno urlare di rabbia alla sola idea di essere considerate, lei come qualsiasi altra donna, solo un oggetto da guardare e privo di altra sostanza. Ecco allora da dove nascono, in una sorta di crescendo, lavori come Vintage o Tatoo, che lasciano poi il posto a Vernissage e Stanca di giocare. Dalla Barbie super accessoriata, prêt-à-porter, a quella interamente “vestita” di tatuaggi, dove la ricerca dell’esteriorità parla linguaggi diversi ma affini, al convenzionale barattolo di vernice rosa, ormai secca però, cui i tanti vernissage, appunto, ci hanno ormai abituate.

Ma è con Stanca di giocare che il grido di Agnese si fa più forte e chiaro, qualora ve ne fosse bisogno: la donna è ormai mutilata, sanguinante. Il riferimento agli autoritratti di Frida Kahlo è immediato, anche in virtù del fatto che molte opere di Agnese, peraltro già esposte in occasione della personale tenutasi alla Rocca Flea di Gualdo Tadino nel febbraio del 2015 ed al cui testo critico rimando, hanno tratto linfa proprio da alcuni capolavori dell’artista messicana. Anch’ella icona, come Barbie, ma stavolta di tenacia, di quella forza interiore che ha radici molto più profonde e di certo non è dovuta al compiacimento di specchiarsi e vedersi belle ed eleganti nel nuovo abito da sera. Frida, l’artista messicana per antonomasia, è un altro tipo di icona: quella che milioni di donne continuano ancora oggi ad osannare come esempio di forza e coraggio, come colei che ha fatto del proprio corpo mutilato dalla malattia un punto di forza, e non una sconfitta. Ebbene, credo che Agnese abbia fatto da tramite, da vero e proprio ponte, tra Barbie e Frida. Alla vuota bellezza della prima ha assommato l’incredibile forza interiore della seconda.
È così che la donna vuole finalmente che la si guardi!

Adelinda Allegretti – curatrice d’arte

Perugia, 2 marzo 2017

È un’arte pittorica intrisa di significati profondi quella di Agnese Cabano, dove le figure femminili sono le protagoniste principali dello scenario narrativo e lo dominano indiscusse e incontrastate, con una raffigurazione dal magnetico e coinvolgente impatto. Una pittura allineata alla radice di matrice figurativa integrata da una vivace componente d’ispirazione surreale e fantastica. Una pittura che si rende testimonianza del senso della bellezza e del culto per il bello, nella sua espressione più fantasiosa e incondizionata, condotta tramite una trama e una tessitura narrativa di accattivante raffinatezza e suadente eleganza compositiva, che contiene e racchiude in sé intensi messaggi e induce a importanti riflessioni, andando oltre il puro impatto estetico fine e se stesso. A caratterizzare i dipinti è la cromia sempre molto accesa e marcata, con tinte forti e incisive. Una cromia che illumina con luce radiosa e avvolge con briosa energia vibrante le raffigurazioni proposte. Lo spettatore viene proiettato in una coinvolgente dimensione posta in sospensione tra visione reale e onirica, in bilico tra reale e irreale, che sorprende per il fulgore della vitalità ed evidenzia al contempo il richiamo di simbolismi e allegorie metaforiche di elevata valenza.

La Cabano è artefice e portavoce di una pittura di spessore, che nasce dall’incontro in fusione del vissuto esistenziale, della spiritualità intima e della sfera immaginaria e sfocia in rievocazioni armoniose, che possiedono una doviziosa e certosina ricchezza di elementi strutturali. Si evince un’equilibrata finezza dell’impostazione dimensionale d’insieme, una sicurezza e padronanza penetrante del disegno e un’acquisita conoscenza del taglio e della distribuzione delle sfumature tonali per la migliore resa ad effetto. La stesura dei colori segue un senso di ordinata, garbata e compiuta organizzazione nel passaggio dall’una all’altra, così come nella loro coesione e combinazione ad intreccio. La narrazione prospettata viene animata e rinvigorita dal gioco complesso e affascinante della tavolozza colorata, che sembra vibrare sferzante nella pennellata, mantenendo però una perfetta e proporzionata sintesi di gusto e misura, senza mai ridondare in eccessi. La pennellata è calda, ferma ed energica, piena e densa di colore, tanto da consentire improvvise e sorprendenti accensioni di fasci e bagliori luminosi, che esaltano ed avvalorano la visione rappresentata ed evidenziano nell’atto del dipingere un’impellente e incalzante spinta del pathos emozionale, che si sprigiona sulle tele.

Da questa suggestiva adesione al sentimento che la guida nasce e si alimenta la vena di poetico lirismo, assolutamente spontaneo e senza riserve, che contorna e avvolge le opere e da subito si coglie l’autentico trasporto di chi dipinge per pulsione vibrante e appassionato moto dell’anima, obbedendo al desiderio creativo dettato dall’ego interiore. La Cabano sente la pittura in modo viscerale, la ama, si realizza totalmente tramite essa e scava nel suo mondo sommerso, instaurando con essa un colloquio continuo e penetrandone i segreti più celati e reconditi, come a scoprire una sorta di incantesimo segreto che la sorregge. Vuole fare emergere il rapporto speciale esistente tra essenza e apparenza, fatto di intimità, confidenza, religioso e raccolto rispetto quasi ossequioso di un dialogo sostanziato e pregnante. I suoi quadri contengono e custodiscono qualcosa di vivo e palpitante. Le immagini sono rese verosimili dalla magica pennellata, che scorre magistralmente, affinandosi e perfezionandosi con esiti e soluzioni di mirabile pregevolezza e virtuosismo tecnico nell’esecuzione. La Cabano dimostra piena e consolidata maturità espressiva e si allinea a quanto dichiarato da John Ruskin «Arte è quando la mano, la testa e il cuore dell’uomo vanno insieme».

Elena Gollini – giornalista e curatrice d’arte